(Non) sono solo parole: l’impatto della narrazione bellica del virus sui nostri comportamenti

di Chiara Boli || Le metafore non sono un puro abbellimento stilistico del linguaggio: esse strutturano il pensiero e di conseguenza l’agire umano. Da qualche settimana a questa parte, la potente metafora della guerra, viene usata per la narrazione della pandemia di Covid-19. In questo articolo si analizzano alcune di quelle che potrebbero essere le conseguenze dell’utilizzo della narrazione bellica e si cerca di capire in che modo essa strutturi la nostra visione del presente e influenzi i nostri comportamenti.

Che il linguaggio e le parole siano importanti è ormai condiviso dai più. Quello di cui forse non siamo consapevoli fino in fondo è la reale portata, il potere e l’incredibile forza modellante che il linguaggio e i suoi strumenti hanno sulla costruzione della realtà di ciascuno di noi.

Il linguaggio è generativo: il modo in cui parliamo apre o chiude possibilità, mondi, cornici di interpretazione della realtà, modi di vivere e comportamenti.

Le metafore, in particolare, non sono un puro abbellimento retorico del linguaggio e non riguardano esclusivamente l’ambito stilistico e poetico. Esse modellano i concetti attraverso i quali si struttura il pensiero e di conseguenza l’azione.

Il linguista George Lakoff e il filosofo Mark Johnson individuano nella costruzione metaforica un vero e proprio strumento cognitivo che permette di categorizzare le nostre esperienze, strutturare i concetti e muoverci nella realtà.

Alcune di queste metafore, in particolare, pongono le loro basi nella nostra esperienza fisica e connotano il concetto con una dimensione spaziale. Ecco un esempio: associamo la posizione a capo chino ad una condizione di tristezza e depressione, mentre la testa alta denota uno stato emotivo positivo. Da qui: triste è giù, contento è su; cattivo è giù, buono è su; malattia è giù, salute è su ecc.

Ed ecco come il linguaggio quotidiano riprende e incorpora queste metafore, inconsapevole, forse, dopo innumerevoli utilizzi, della loro essenza di metafore: cadere in depressione, essere al settimo cielo, avere il morale a terra. Avere un’alta opinione di qualcuno, abbassarsi a fare qualcosa di meschino.

Lakoff ci fornisce un ulteriore ed emblematico esempio di come i concetti metaforici strutturino il nostro agire quotidiano e la nostra visione del mondo.

Osserviamo la metafora “La discussione è una guerra”, analizzando le sue diverse declinazioni nel linguaggio:

  • Le tue richieste sono indifendibili
  • Egli ha attaccato ogni punto debole nella mia argomentazione.
  • Le sue critiche hanno colpito nel segno
  • Ho demolito il suo argomento.
  • Non sei d’accordo? Va bene, spara!
  • Se usi questa strategia, lui ti fa fuori in un minuto

Ciò che è importante sottolineare è che noi non soltanto parliamo delle discussioni in termini di guerra, ma effettivamente vinciamo o perdiamo nelle discussioni: noi vediamo la persona con cui stiamo discutendo come un nemico, attacchiamo le sue posizioni e difendiamo le nostre, guadagnamo o perdiamo terreni, facciamo piani e usiamo strategie, se troviamo una posizione indifendibile, la abbandoniamo e scegliamo una nuova linea di attacco. In questo senso la metafora “la discussione è una guerra” è una di quelle metafore con cui viviamo in questa cultura: essa struttura le azioni che noi compiamo quando discutiamo.

Lakoff, Johnson, 2003

Da qualche settimana a questa parte, la guerra viene usata come principale metafora per la narrazione della pandemia di Covid-19.

Analizziamo ora alcune di quelle che potrebbero essere le conseguenze dell’utilizzo di questa potente narrazione e cerchiamo di capire in che modo struttura la nostra visione del presente e influenza le nostre azioni.

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1. Derive autoritarie

Una delle più gravi e serie conseguenze che la narrazione bellica potrebbe avere a livello politico, è la legittimazione di derive autoritarie.

La guerra è uno stato di eccezionalità che incide fortemente sul tessuto democratico: il bisogno di sicurezza e la volontà di trionfo sul nemico ci rendono più disponibili ad accettare compromessi a livello di privacy, di controllo, di sovversione dell’ordine sociale esistente, di militarizzazione.

Ciò, unito alla personificazione del virus come se fosse un nemico fisico, reale, produce e giustifica azioni politiche ed economiche fuori dall’ordinario e possibili tentativi di instaurare nuove gerarchie di comando a discapito della democrazia (soprattutto in Paesi dove questa è già fragile), dell’informazione libera (es. casi di censura in Cina e Turchia) e delle libertà individuali (il tentativo – fallito per il momento – di sospendere gli aborti in sei stati USA).

Emblematico è il caso dell’Ungheria dove, lo scorso 30 marzo, al primo ministro Viktor Orbàn sono stati conferiti pieni poteri per gestire lo stato di emergenza, senza limiti di tempo.

Il pericolo si fa ancora più chiaro se pensiamo alla risposta data da Orbàn ai suoi contestatori: “Ho chiarito ai piagnucolosi europei che non ho tempo di discutere questioni legali teoricamente affascinanti quando ci sono vite da salvare”.

Ci sono vite da salvare. E in guerra e in amore, lo sappiamo, tutto è permesso.

2. Il sacrificio degli eroi

Le parole che usiamo quotidianamente attivano frame, cornici, strutture mentali attraverso le quali pensiamo; esse modellano la nostra visione del mondo e la modalità con cui interagiamo con esso e con gli altri. Oggi le più recenti teorie delle scienze comportamentali si basano proprio sui frame, e sulla nostra innata capacità di costruirli e mantenerli attivi, per spiegare il funzionamento mentale umano (Hayes, S.C.; Barnes-Holmes, D. & Roche, B., 2001).

Lakoff spiega che ogni frame include ruoli semantici, relazioni tra ruoli e relazioni con altri frame.

Il frame “ospedale”, per esempio, include ruoli come “medici”, “infermieri”, “visitatori”, “sala operatoria”, “bisturi”, eccetera.

Le relazioni tra questi ruoli illustrano il funzionamento delle cose all’interno di quello specifico frame: il medico opera il paziente, in sala operatoria, usando il bisturi.

Queste strutture mentali, i frame, sono incorporate in circuiti neurali presenti all’interno del cervello. Così, una semplice parola (bisturi) se pronunciata, non solo evoca il suo frame di riferimento (ospedale), ma attiva anche tutti i ruoli, le relazioni tra essi e i sistemi di frame associati (clinica privata, chirurgia plastica ecc.) (Lakoff, 2010).

Questo processo accade per lo più sotto soglia di consapevolezza, come un automatismo, tanto più rapido quanto più i frame sono solidi perché li abbiamo acquisiti e confermati da lungo tempo, nel corso della nostra vita. È il caso di metafore condivise, modi di dire, credenze e pregiudizi.

Ed è esattamente così che l’uso della parola guerra, chiamata in causa da ciò che leggiamo o sentiamo, evoca in noi, tutta una serie di altre parole, altri concetti, che appartengono alla stessa famiglia: soldati, guerrieri, trincee, combattimenti, attacchi, vittorie, sconfitte, nemici, vittime, eroi.

Eroi.

Oggi questa parola la sentiamo in particolare rivolta al personale sanitario.
Ma qual è la portata semantica di questo diffuso appellarsi a medici ed infermieri con il termine eroi?

Chi è l’eroe nel nostro immaginario collettivo? E che cosa fa di lui un eroe?
L’eroe è autore di gesta leggendarie, dà prova di grande coraggio, sfida i pericoli, combatte con onore, talvolta muore con onore, l’eroe si immola per la causa, si sacrifica.

È questa l’enorme responsabilità che carichiamo sulle spalle di medici e infermieri chiamandoli eroi.

Forse sarebbe più corretto chiamarli invece lavoratori, agevolarli nel loro cruciale compito con turni più umani, per esempio, stipendi all’altezza e dispositivi di protezione individuale che gli permettano di svolgere la loro professione in sicurezza, senza rischiare di ammalarsi e rimetterci la loro vita, la loro salute.

Non abbiamo bisogno di eroi che si sacrifichino per la causa, anche perché non c’è nessuna causa qui, c’è un virus, per difendersi dal quale sono necessarie misure di sicurezza e di distanza sociale, non sacrifici umani. Più che di eroi abbiamo bisogno di un sistema sanitario che funzioni e che tuteli e sostenga i suoi dipendenti.

Quella dell’eroe è una narrazione potente e affascinante ma anche subdola, che sottilmente legittima, giustifica e ci disegna come inevitabile, un sacrificio che invece andrebbe evitato a tutti i costi:

Non è una guerra e dunque è tremendo e inaccettabile che per combatterla muoiano medici e infermieri: non sono soldati da mandare in battaglia, pronti a compiere un sacrificio. Usare il frame della guerra per implicare, insieme all’eroismo, l’ineluttabilità del sacrificio è disonesto e indegno.”

3. Percezione del rischio e meccanismi di rimozione

Una delle funzioni della metafora è quella di “farci conoscere l’ignoto attraverso il noto”.

Di guerra sentiamo parlare al telegiornale, a scuola è un concetto ben radicato nel nostro immaginario collettivo. In Italia, però, solo i nostri nonni hanno davvero vissuto la guerra.

Nella percezione del rischio, tempo e spazio assumono un ruolo chiave, cruciale. Il nostro cervello percepisce meno rischioso qualcosa quando lo sente lontano da sé, come dimostrato, in economia comportamentale, dagli studi sulle scelte intertemporali.

Quindi a che pro parlare di qualcosa che stiamo vivendo tutti oggi sulla nostra pelle, qualcosa di cui abbiamo esperienza diretta e che quindi conosciamo, nei termini di qualcos’altro che rischiamo invece di sentire lontano da noi, appartenente a Paesi lontani o addirittura al passato?

Una possibile conseguenza è che la percezione del rischio subisca una distorsione e venga sminuita, allontanata in termini di spazio e tempo.
Un’altra possibile e opposta conseguenza è invece che la metafora bellica alimenti la paura dell’ignoto intrinseca nell’essere umano, portando con sé panico e sensazione di perdita di controllo. Stati d’animo questi, controproducenti e pericolosi in una situazione delicata come quella attuale, che alimentano comportamenti a razionalità limitata, errori di giudizio sistematici: lo Zero risk bias, ad esempio, ovvero il panic buying e le scorte eccessive di prodotti come carta igienica e Amuchina.

Infine, la narrazione della guerra sembra aderire alla definizione di Fear arousing appeal, approccio tipico della pubblicità sociale del Novecento, il cui intento è quello di suscitare sentimenti di paura, ansia e terrore nei destinatari, in modo che evitino comportamenti rischiosi o dannosi (specialmente usato nelle campagne sulla sicurezza stradale o contro le droghe).

Questo tipo di comunicazione ha una grande memorabilità, ma un enorme difetto che adombra ogni suo pregio e possibilità di efficacia: si tratta dell’evitamento esperienziale (la paura è troppa e quindi viene rimosso totalmente il messaggio) e del meccanismo di difesa del “non succederà a me” (diffuso specialmente tra i giovani e gli adolescenti e collegato all’overconfidence bias e all’illusione di controllo).

4. Non pensare all’elefante!

Come fare, quindi, per cambiare i termini di questa narrazione sul virus e riportarla alla realtà dei fatti o quantomeno ad una narrazione più coerente che non legittimi sacrifici ed eroi e non porti a meccanismi di rimozione e distorta percezione del rischio?

Certamente non ripetendo che “Questa non è una guerra”o che “Non siamo in guerra”.

Secondo il celebre saggio di Laokoff “Non pensare all’elefante!”, negare un frame significa nientemeno che attivarlo:

Una delle prime lezioni che gli studenti ricevono negli studi sul framing è un comando inferenziale: non pensare ad un elefante. Nessuno studente può impedire alla sua mente di evocare la voluminosità, il grigiore e la proboscide di un elefante. Gli studenti scoprono di essere incapaci di bloccare l’accesso ai frame da parte della loro mente.
Conclusione: quando neghiamo un frame, evochiamo quello stesso frame.

Questo processo è bene illustrato anche a livello neuroscientifico:

Poiché le sinapsi nei circuiti neurali si rinforzano ogni volta che vengono attivate, la ripetizione del linguaggio ideologico rafforzerà i circuiti per quell’ideologia nel cervello dell’ascoltatore.

Lakoff, 2004

Affermare quindi che non siamo in guerra non fa che rinforzare ogni volta di più le connessioni neurali che attivano nel nostro cervello proprio il frame della guerra.

Per uscire da questa narrazione distorta, non resta quindi altra strada che utilizzare un diverso frame e se non ne esiste già uno adatto, crearlo ex-novo.

5. Verso nuove metafore

Un’altra importante caratteristica della metafora è il consentirci di parlare di una cosa (A) nei termini di un’altra (B), mettendo in luce alcune caratteristiche di B ma tenendone in ombra delle altre.

La metafora della Discussione come guerra per esempio, mette in luce l’aspetto combattivo, competitivo della guerra, nascondendo invece quello cooperativo e solidale, allontanandoci perciò dall’idea di unità e condivisione di obiettivi.

Provate a immaginare una cultura in cui le discussioni non siano viste in termini di guerra, dove nessuno vinca o perda, dove non ci sia il senso di attaccare o difendere. Una cultura in cui una discussione è vista come una danza, i partecipanti come attori, e lo scopo è una rappresentazione equilibrata ed esteticamente piacevole. In una tale cultura la gente vedrà le discussioni in modo diverso, le vivrà in modo diverso, le condurrà in modo diverso e ne parlerà in modo diverso.

Lakoff, Johnson, 2003

Ci servono nuove metafore per raccontare questa emergenza:
Personalmente – afferma Giovanni Veneziani nel suo articolo Non chiamatela guerra – credo che questo sia il tempo della responsabilità, intesa non certo come colpa, ma come “respons-abilità”, capacità a rispondere”.

Chiudo con le eloquenti parole di Annamaria Testa che chiariscono una volta di più quanto chiamare guerra questa situazione sia fuorviante e controproducente:

Le guerre si combattono con lo scopo di difendere e preservare il proprio stile di vita. L’emergenza ci chiede, invece, non solo di progettare cambiamenti sostanziali, ma di ridiscutere interamente la nostra gerarchia dei valori e il nostro modo di pensare.

Capacità di rispondere quindi, di cambiare la nostra visione del mondo, perché il punto qui è che ce ne serve una nuova.

Fonti

George Lakoff, Mark Johnson (2003) Metaphors We Live By. Chicago: University of Chicago Press.

Derive autoritarie
https://www.valigiablu.it/coronavirus-solidarieta/
https://www.globalist.it/world/2020/04/13/il-regime-cinese-censura-gli-studi-sulla-origine-della-pandemia-la-denuncia-della-cnn-2056153.html
https://formiche.net/2020/04/covid-19-turchia-erdogan-censura/
https://www.ilpost.it/2020/04/03/aborto-ivg-coronavirus/
https://www.lastampa.it/esteri/2020/03/30/news/una-legge-coronavirus-assicura-a-orban-pieni-poteri-sull-ungheria-1.38657631

Il sacrificio degli eroi
George Lakoff (2010) Why it Matters How We Frame the Environment, Environmental Communication.
Hayes, S.C.; Barnes-Holmes, D. & Roche, B., eds. (2001). Relational Frame Theory: A Post-Skinnerian account of human language and cognition. New York: Plenum Press
https://nuovoeutile.it/non-e-una-guerra-lemergenza-del-covid-19-e-le-metafore/

Percezione del rischio e meccanismi di rimozione
https://www.themintmagazine.com/zero-risk-bias-the-economics-of-toilet-paper-hoarding
https://ethicsunwrapped.utexas.edu/glossary/overconfidence-bias
https://mgmtmagazine.com/lillusione-del-controllo-e-perche-puo-anche-essere-positiva-3394041/

Non pensare all’elefante!
George Lakoff (2004) Don’t Think of an Elephant: Know Your Values and Frame the Debate.  Chelsea Green Publishing. 

Verso nuove metafore
George Lakoff, Mark Johnson (2003) Metaphors We Live By. Chicago: University of Chicago Press.
https://www.internazionale.it/opinione/daniele-cassandro/2020/03/22/coronavirus-metafore-guerra
https://www.linkedin.com/pulse/non-chiamatela-guerra-giovanni-venanzi/
https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2020/03/30/metafora-guerra-coronavirus

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